Yoga


Venerdì prossimo ci incontreremo alle Terme di Sorano (Toscana) per un breve corso di yoga che ha per tema il «mantra».
Si tratta di uno dei temi più delicati e difficili di tutta questa millenaria disciplina della persona.
Ma che cos’è un «mantra»?
Yogi Bhajan diceva che qualsiasi cosa può essere un mantra, ma che un mantra non è una cosa qualsiasi. Mantra è un modo per condurre il nostro subconscio (e forse anche l’inconscio) verso una direzione individuata e scelta dalla coscienza. Mantra è una canalizzazione volontaria delle onde del pensiero. Prevede un’idea di economia della mente (e della vita), un desiderio di non dispersione e la sua pratica diventa la scelta matura di un condizionamento nuovo, diverso, intenzionale, di una parte profonda della nostra vibrazione mentale.
Il mantra non è altro che un simbolo personale, un simbolo sonoro. Può diventare l’oggetto cristallizzato della nostra consapevolezza: del punto più alto della nostra personale consapevolezza.

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SOLITAMENTE, nella tradizione dello yoga, si va da un maestro e gli si chiede un mantra. Si tratta di una sorta di parola o di formula magica, una cosa sempre molto personale e talvolta segreta.
La prima volta che ne sentii parlare fu “per caso” durante il mio primo viaggio in India. A Jaipur, un vecchio sadhu ci spiegò che

… un giorno… qualcuno ci avrebbe dato una parola…
uno dei nomi di Dio… degli infiniti, non pronunciabili nomi di Dio…
e questo “Nome” noi l’avremmo tenuto segreto nella nostra mente…
pronunciato e coltivato per tutta la vita… e ci sarebbe servito… poi…
nel momento del grande passaggio…
nell’attraversamento della grande acqua… quando si muore…
come lasciapassare per attraversare il fiume che ci separa dalla città d’oro…
la città di Dio… perché solo così – con questo Nome – lì si può entrare…

Quel che mi colpì di quell’inaspettato discorso, oltre al tono della voce del vecchio che promanava serenità e interiorità, fu il fatto che in qualche modo riapriva negli scenari del mio pensiero, con piacevole semplicità, una prospettiva ultramondana che per me era si era perduta non so dove, non so quando. Pensavo: c’è qualcuno sulla Terra che possiede ancora un’idea di vita oltre la vita, oltre questa vita. Per quel vecchio, infatti, tutto era molto chiaro, semplice, e Dio era Dio, proprio come io sono io.
Cercare e praticare un mantra significa provare a trovare, o ritrovare, un po’ di quella semplicità che è contemporaneamente profondità. Significa porsi di fronte alla prospettiva più profonda e segreta della nostra stessa coscienza, circoscriverla, individuarla, nominarla, praticarla nel suo essere vibrazione.

BOLOGNA
Sabato 15 marzo 2008
KUNDALINI YOGA

Terzo occhio: il loto del comando

Corso guidato da
PAOLO RICCI

Il corso si svolgerà nel pomeriggio
DALLE 14 ALLE 19
Presso il
CENTRO YOGA LE VIE
Via D’Azeglio 35 – Bologna
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Il TEMA di questo incontro riguarda la centralità del TERZO OCCHIO, o meglio ajna chakra, il LOTO DEL COMANDO, nella pratica dello yoga.
Riconoscere e attivare questo centro di energia – situato sull’epistrofeo, ovvero sulla cima della colonna vertebrale, e percepibile più facilmente nel punto in mezzo alle sopracciglia – è fondamentale per potere entrare in contatto con gli altri centri di energia (chakra) e lavorare sul risveglio dell’energia creativa.
Imparare a portare la concentrazione sul terzo occhio permette di sviluppare un’attitudine all’osservazione e all’ascolto, ovvero quella capacità di percepire la giusta distanza tra noi e le cose, tra noi e le nostre emozioni.
Come al solito durante l’incontro, si praticheranno esercizi fisici – sia dinamici che statici –, esercizi di respirazione, di rilassamento e anche di concentrazione sulla visualizzazione (yantra) e sulla vibrazione sonora (mantra).
La comprensione e percezione dello spazio del terzo occhio è la base per la pratica della meditazione.

Oltre a vestiti comodi, è necessario portare un telo personale di cotone per coprire i tappetini (che sono messi a disposizione dal centro yoga) e una coperta di lana per il rilassamento.

Riporto di seguito
il testo della lezione sulla
energia kundalini
che terrò questa sera alle 21
al Caffé Freud di Roma.
 

Per gli indiani, Kundalini prima di tutto è una dea. Se vogliamo capire che cosa sia l’energia kundalini, allora dobbiamo cominciare a chiederci che cosa possa mai essere una dea, che cosa possa essere per noi una dea.
Se parlate con un indiano, anche di ottima cultura, che ha studiato a Oxford, Harvard, e ha vissuto in Occidente, viaggiato, lavorato, e gli chiedete di Ganesh, di Parvati, di Hanuman, Krishna, ecc., ve ne parlerà con tutta tranquillità e con rispetto, senza alcun sorriso di sufficienza: vi porterà per templi e tempietti, si inchinerà di fronte a statue e icone, farà offerte votive, si lascerà coinvolgere dentro qualcosa che porta contemporaneamente la qualità dell’evidenza, della serietà, della semplicità e dell’intelligenza.
E così chiediamoci della nostra Kundalini, che dea è? Di quale principio essa si fa effigie?

Intanto il nome. Kundal, seguendo la lezione di Yogi Bhajan, significa «ricciolo» e così kundalini sarebbe «il ricciolo dei capelli dell’Amato». Un’immagine bella, profonda. L’Amato: se non ci si riferisce all’Amato, non c’è Kundalini. Ovvero qual è, chi è, l’iniziale principio creativo che dà vita alla vita, quel frammento impercettibile da cui tutto parte, comincia? In riferimento al cosmo, certo, ma anche a ogni singolo essere, alla sua vita individuale e nella relazione mistica con l’Amato.

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(continua…)

Rido, quando sento dire che il pesce nell’acqua ha sete…
E così voi vagate senza sosta di foresta in foresta
senza capire che la realtà abita in voi.
Questa è la verità:
andate dove credete, a Benares o a Mathura,
ma finché non troverete Dio nella vostra anima,
il mondo intero vi sembrerà senza senso.
Kabir

 

Lunedì sera 18 febbraio alle ore 21
al Caffé Freud di Roma (Via Angelo Poliziano, 78A)
si terrà un incontro dal titolo
«Sveglia Kundalini!».

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Ho raccolto di seguito alcune citazioni pensando che possano essere utili come sollecitazioni per una prima definizione del significato dell’energia kundalini, e possano servire anche come iniziali cenni bibliografici.
La prima di queste citazioni aiuta a cercare il significato etimologico della parola kundalini e ne evidenzia il contenuto spirituale.

In ogni individuo c’è una forma particolare di energia. In alcune persone questa è latente, in altre è in evoluzione e in un ristretto numero di persone questa è realmente risvegliata.
In principio l’uomo chiamò questa energia con nomi di dee, dei, angeli o divinità. […] Nel tantra venne chiamata kundalini.
In sanscrito kundal significa spirale, così la kundalini è stata descritta come “ciò che è avvolto in spire”. Questa è la credenza tradizionale ma non è stata capita in modo corretto. La parola kundalini effettivamente deriva da kunda, che significa “un luogo molto profondo, una buca o una cavità”. Il fuoco che viene usato durante le cerimonie di iniziazione viene acceso in una cavità chiamata kunda. Similmente, il posto dove si brucia il corpo di un morto è detto kunda. Se scavate una buca o un fosso, quello viene chiamato kunda. Kunda si riferisce alla cavità in cui risiede il cervello, somigliante ad un serpente addormentato avvolto a spirale (se avete l’opportunità di esaminare una sezione anatomica del cervello umano, vedrete che ha la forma di una spirale o di un serpente attorcigliato su se stesso). Questo è il vero significato della kundalini.
[…]
Qualsiasi cosa avvenga nella vita spirituale, è in relazione al risveglio della kundalini, e lo scopo ultimo di qualsiasi forma di vita spirituale, che sia chiamato samadhi, nirvana, moksha, comunione, unione, kaivalya, liberazione o in qualsiasi altro modo, è di fatto il risveglio della kundalini.

Swami Satyananda Saraswati, Kundalini Tantra,
Edizioni Satyananda Ashram Italia, Trarivi di Montescudo, 1994.

La seconda, oltre a ribadire la dimensione spirituale a cui la parola fa riferimento, entra nel merito, con una certa attenzione filologica, del simbolismo del serpente.

Recita la Shivasamhita: «In questo loto chiamato adhara, nel pericarpo, c’è la bella yoni triangolare, la cui esistenza è tenuta segreta in tutti i Tantra. Qui, in forma di lampo simile a liana, vi è la dea suprema, Kundali, arrotolata in tre spire e mezza, che sta sulla bocca della sushumna. Essa ha la forma della forza creatrice del mondo, è sempre impegnata nell’attività della creazione, è la dea della parola che non può essere descritta a parole, è sempre venerata dagli dèi» (II, 22 24).
La Hathayogapradipika afferma che Kundalini è il supporto di tutte le pratiche yoghiche e la descrive addormentata nel muladhara chakra, con la testa che ostruisce la «porta di Brahma», ovvero l’apertura inferiore della sushumna.
[…] Kundalini viene identificata con la Shakti, l’energia creatrice che, nel mito, è la consorte di Shiva, e viene inoltre paragonata a un serpente. L’associazione con il serpente affonda le radici nelle tradizioni anarie, alle quali il tantrismo si ricollega per molti aspetti. Nel mondo indomediterraneo gli ofidi sono oggetto di timore e di venerazione, associati con la Dea Madre, la fecondità, le acque e le divinità ctonie. La stessa ambiguità viene conservata nella tradizione indiana, dove l’antico serpente Ahirbudhnya, celebrato nel Veda e accostato nel culto ad Aditi, una delle divinità più antiche, è invocato per ottenere nutrimento e vigore. Esso regna nelle profondità imperscrutabili dell’oceano e nelle viscere della terra, dove sono nascosti i tesori.
I naga (serpenti), nei confronti dei quali si pratica ancora oggi in India un culto molto vivo, combattono una lotta mortale con Garuda (l’avvoltoio divino che funge da veicolo di Vishnu) per il possesso dell’amrita, il nettare che conferisce l’immortalità. Anche Kundalini rivela aspetti malefici e benefici: avvolta in spire, versa veleno e rappresenta l’energia latente, incontrollata, profonda, talvolta anche inquietante, ma quando si rizza perde ogni potere malefico e conferisce beatitudine. Il suo risveglio mette a disposizione del praticante quell’energia che è presente come pura potenzialità in ogni essere, ed è alla base di tutti i poteri. Si tratta di energia ignea, come mettono in rilievo i Tantra buddhisti e i miti hindu.

Stefano Piano (a cura di), Enciclopedia dello yoga, Promolibri, Torino, 1996.

Anche questa terza citazione ci richiama alla dimensione mistica che sottende il risveglio della kundalini e che quindi permea tutto il Kundalini yoga.

L’oscurità che avvolge il nostro tema non è frutto di una scelta. […]
L’oscurità dipende soprattutto dalla natura stessa dell’energia kundalini. Malgrado la si avverta con intensità e i suoi effetti siano notevoli, essa resta incomprensibile e inesprimibile per l’intelletto. Interi volumi non potrebbero renderne minimamente l’idea e tuttavia per chi la sperimenta essa è semplice come la vita, meglio ancora, essa è la fonte di ogni vita. E com’è possibile definire la vita?
[…]
Riuscire a far risalire la kundalini non è facile: non ci si può dedicare a questa pratica senza un maestro accorto e senza aver avuto accesso all’interiorità; infatti si può sviluppare una vita mistica profonda anche senza la conoscenza o la pratica dell’ascesa della kundalini, ma non ci può essere pratica piena e completa di questa ascesa senza una reale vita mistica. La kundalini può svegliarsi e salire spontaneamente solo sullo sfondo continuo di un raccoglimento che non ha niente in comune con la concentrazione: non si tratta di concentrarsi mentalmente, ma di essere naturalmente «centrati» nel cuore. Sarebbe infatti paradossale voler applicare il pensiero alla risalita della kundalini, il cui risveglio dipende proprio dal dissolvimento dell’attività mentale.

Lilian Silburn, La kundalini o L’energia del profondo, Adelphi, Milano, 1997.
 
Yogi Bhajan, lo yoghi che più di ogni altro ha insegnato il Kundalini yoga in Occidente, porta l’attenzione sull’aspetto profondamente umano (e in questo senso mistico) di questa disciplina e ricerca:

Tutte le forme di yoga sono in rapporto con lo stesso tema di base: il risveglio della kundalini.
Studiare l’energia kundalini significa studiare l’essere umano nella sua totalità.
La kundalini è l’energia che sta alla base della coscienza, del suo sviluppo e delle trasformazioni.
È la totalità dell’energia cosmica contenuta nell’individuo.
Kundalini deriva dalla parola sanscrita Kundal che significa «Il ricciolo dei capelli dell’amato».

Appunti personali presi durante un seminario tenuto da Yogi Bhajan.
 
Non si discostano – nel loro fondamento – dal pensiero degli altri autori queste riflessioni di René Guenon:

Kundalini è un aspetto della Shakti intesa come forza cosmica: si potrebbe dire che essa è questa forza stessa in quanto risiede nell’essere umano, nel quale agisce come forza vitale; e il nome Kundalini significa che essa viene rappresentata arrotolata su se stessa al modo di un serpente; le sue manifestazioni più generali si effettuano del resto sotto la forma di un movimento a spirale che si sviluppa a partire da un punto centrale che ne è il «polo». L’«arrotolamento» simboleggia uno stato di riposo, quello di una energia «statica» dalla quale derivano tutte le forme di attività manifestata; in altri termini, tutte le forze vitali più o meno differenziate che sono in costante azione nell’individualità umana, nella sua duplice modalità sottile e corporea, non sono che aspetti secondari di questa Shakti, la quale in sé, come Kundalini, permane immobile nel «centro radice» (muladhara), in quanto fondamento e sostegno di tutta la manifestazione individuale. Quando essa è «risvegliata», si srotola e si muove in direzione ascendente […] per unirsi infine a Paramashiva nel «loto dai mille petali» (sahashrara).
La natura di Kundalini viene descritta a un tempo come luminosa (jyotirmayi) e sonora (shabdamayi o mantramayi); è noto che la «luminosità» è considerata caratteristica propria dello stato sottile, ed è d’altra parte noto anche il ruolo primordiale del suono nel processo cosmogonico; molto ci sarebbe da dire, inoltre, sulla stretta relazione esistente tra suono e luce.
[…] Lo yogi […] non aspira al possesso di nessuno stato condizionato, quand’anche fosse uno stato superiore o «celeste», per elevato che esso possa essere, ma unicamente alla «Liberazione».

René Guenon, Studi sull’Induismo, Luni editrice, Firenze Milano, 2006.

Mentre tutte le energie sono prese dal chiudere il n° 4 di «Chaikhanà» rivista, almeno vi comunico che
LA SEDE
per l’incontro di
KUNDALINI YOGA
che si terrà
A BOLOGNA
Sabato 9 febbraio 2008
è
CENTRO YOGA LE VIE
Via D’Azeglio 35 (pieno centro)
40123 Bologna
http://www.yogalevie.it/
Il corso si svolgerà nel pomeriggio
DALLE 14 ALLE 19.
Per informazioni 339 1538201
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A BOLOGNA
Sabato 9 febbraio 2008
KUNDALINI YOGA
Il risveglio e la cura dell’energia creativa

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Il corso si svolgerà nel pomeriggio, DALLE 14 ALLE 19.
Stiamo ancora definendo la SEDE che comunque sarà o una sala dell’Eremo di Ronzano o uno dei centri di yoga della città (Le Vie, Naturisti…).
Il TEMA è quello dell’attivazione, del riconoscimento e della cura di quel che nello yoga viene chiamato «energia creativa», ovvero la forza inconscia fondamentale insita nella vita, che sta alla base di tutte le umane funzioni e attività, e che può essere conosciuta e sperimentata con una consapevolezza diversa e maggiore da quella a cui siamo solitamente abituati.
Yoga è «stare con se stessi», ovvero lavorare, agire su se stessi con una proiezione di trasformazione.
Queste «azioni» (kriya) sono prevalentemente esercizi fisici, sia dinamici che statici, esercizi di respirazione, di rilassamento e concentrazione sulla vibrazione sonora. Si cercherà anche di dare un orientamento di base sul significato e sulla pratica della meditazione. (continua…)

Un piccolo pensiero che mi accompagna in questi giorni.

Riguarda la nostra apertura di occidentali allo studio e alla lettura dei testi sacri orientali in generale e di quelli buddhisti in particolare. È facilmente deducibile che in queste pagine che vengono dall’Asia troviamo nutrimento: un nutrimento spirituale che pare non riconosciamo provenire da altre parti.

Però non posso non domandarmi quali siano le ragioni per cui non riusciamo a rivolgere un simile interesse di studio verso le scritture della tradizione occidentale. Ovvero, fa una certa impressione sentire parlare da uno studente di yoga, con cognizione e intelligenza, del 18° capitolo della Bhagavad Gita e scoprire poi che non ha mai sentito parlare del 6° capitolo del Vangelo secondo Matteo.

Parlavo l’altro giorno – con un giovane studente – della percezione del bene come fulcro comune attorno a cui fare ruotare il nostro esercizio di meditazione, ed è stato molto piacevole che lui, sottovoce, semplicemente commentasse: … Socrate.

E aveva ragione.

Così, quando vedo alcuni studenti affaticarsi sulle difficili interpretazioni degli Yogasutra, chiedo: ma l’avete mai letto Il Simposio di Platone?

Che cosa?

Non vorrei sembrare campanilista, ma … perché perdersi l’incontro con Diotima la sacerdotessa maestra di Socrate?

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In partenza per Bologna per festeggiare l’Epifania.
Una grande festa: la manifestazione, l’apparizione divina percepita come intuizione improvvisa, a cavallo tra il mondo visibile e l’invisibile.
Volendo lasciare in questo spazio, nell’assenza dei prossimi giorni, un piccolo spunto di riflessione a riguardo della pratica di yoga & affini, ritrovo queste limpide parole di Carl Gustav Jung che partecipo e condivido in pieno.
Buona festa dell’apparizione.
Paolo
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«… In questi campi non si può mai essere abbastanza prudenti:
l’istinto di imitazione da un lato,
e dall’altro una bramosia veramente morbosa
di appropriarsi di piumaggi altrui per camuffarsi esoticamente,
inducono un numero troppo grande di persone
a buttarsi su motivi “magici” di questo genere
per farne un uso esterno, come di una pomata.
Si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima.
Si compiono esercizi di yoga indiano di qualsivoglia osservanza.
si seguono regimi alimentari, si impara a memoria la teosofia,
si ripetono i testi mistici della letteratura mondiale
– tutto, perché non si sa affrontare se stessi,
e perché a gente simile manca ogni fiducia che dalla loro anima
possa scaturire qualcosa di utile.
[…] per questa ragione la si va cercando ai quattro venti,
e quanto è più lontana e bizzarra, tanto meglio è».
(Carl Gustav Jung, Psicologia e alchimia)

Ieri, a Roma, presentazione di un libro fotografico intitolato Le bellezze dell’albero. Una giornata di straordinaria normalità (Maprosti e Lisanti Editori).

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Il libro è realizzato a cura dall’Opera don Calabria  all’interno di un “progetto per una integrazione sostenibile fra persone disabili, imprese e gente comune” chiamato “Articolotre“.

L’Articolo Tre di cui si parla è quello della nostra Costituzione dove si dice: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che […] impediscono il pieno sviluppo della persona umana […]».

Il libro racconta la giornata particolare di Alessandro, un ragazzo «disabile psichico» che, grazie all’aiuto di diversi operatori raccolti attorno a questo progetto, è riuscito a costruirsi una vita normale: la casa, le strade, la città, il lavoro, la palestra, ecc.

Per Alessandro raggiungere questa normalità è un fatto straordinario, infatti «le persone disabili – si dice nell’introduzione del libro – faticano molto di più […] a vivere in un sistema sociale che riconosce come valori dominanti bellezza, competitività, forza».

È interessante questa centralità della bellezza, che il libro propone, intesa come chiave di apertura verso l’amore. Se non si sente la bellezza dell’altro, come lo si può amare?

Lo yoga insegna a cercare e riconoscere la bellezza ovunque: nel respiro, nel corpo, nell’ascolto delle emozioni, dei pensieri, nella vita che scorre in noi, attraverso di noi. Lo yoga può essere un ottimo canale di percezione della bellezza interiore di ogni essere: quella del creato che si riflette in ogni singola creatura che dentro di esso trova la sua giusta armonia, giusta posizione.

Certamente, riuscire a portare la ricchezza dello yoga e la sua capacità di “costruire” bellezza interiore a persone che soffrono di diverse forme di disagio sociale è uno degli obiettivi importanti della Chaikhanà.