Marzo 2008


Tornati appena ora dal Trekking Yoga nella zona di Sorano, Sovana, Pitigliano. La voglia di esprimere qualcosa di questa esperienza subito, a caldo.

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Il mondo degli etruschi: vie cave, grotte di tufo, civiltà rupestri, immagini di sirene scolpite nella roccia, capitelli romanici, profonde valli scavata dall’acqua e dal tempo .
Come sempre l’immersione nella natura è il grande evento di questa nostra ricerca: come se ogni volta, da questa immersione, riemergessimo con qualche pezzo perduto di noi stessi.
Le civiltà scomparse ci trasmettono il racconto della vita, e noi ci accorgiamo che la ricerca umana – trascorsi i millenni – non sembra troppo cambiata.
Ma che cosa sono i millenni? E gli anni, i giorni?
Carlo, la nostra guida, ci raccontava che gli etruschi sapevano che la loro civiltà sarebbe durata solo dieci secoli e infatti, puntualmente, dopo il tempo predestinato, questa civiltà – come uno strato di terreno – venne sovrastata da un’altra, quella romana.
In queste stratificazioni umane sentiamo la Storia, la nostra storia, quel DNA di cultura/natura da cui siamo formati e che in questi giorni abbiamo sentito emergere dal contatto con il silenzio delle civiltà e dei mondi scomparsi, sommersi, dal silenzio dei crocus, delle orchidee selvatiche, dei licheni, del muschio e delle calde acque naturali.
Analogamente, abbiamo meditato sul respiro come “primo” mantra, ascoltando il suono «io sono» (i-o-so-no) vibrare e prendere vita nel soffio di vita.
Nel corso della meditazione, emergeva la percezione che la nostra vita non sia altro che un’inspirazione e un’espirazione durante le quali abbiamo il tempo, l’occasione, di pronunciare questo misterioso «io sono», ovvero di intonare la nostra ardua consapevolezza dell’essere.
Poi l’Essere continua – nuove respirazioni, altre vite –, mentre l’io finisce.
Dire consapevolmente «io-sono» significa fare contatto con l’altrettanto vero e presente «io-non-sono».
Proprio come nella parola consapevole vibra sempre il silenzio.
La nostra mente intona il mantra, ma poi è il mantra che intona la nostra mente.
Noi stabilizziamo l’energia, poi è l’energia che si occupa di noi.
La mente è contenuta e creata dal corpo, proprio come il corpo è contenuto e creato dalla mente.
Al fondo di tutto questo, solo un canto di pace: «shalom aleikhem», venite in pace, angeli della pace, e portateci pace.
Venerdì prossimo ci incontreremo alle Terme di Sorano (Toscana) per un breve corso di yoga che ha per tema il «mantra».
Si tratta di uno dei temi più delicati e difficili di tutta questa millenaria disciplina della persona.
Ma che cos’è un «mantra»?
Yogi Bhajan diceva che qualsiasi cosa può essere un mantra, ma che un mantra non è una cosa qualsiasi. Mantra è un modo per condurre il nostro subconscio (e forse anche l’inconscio) verso una direzione individuata e scelta dalla coscienza. Mantra è una canalizzazione volontaria delle onde del pensiero. Prevede un’idea di economia della mente (e della vita), un desiderio di non dispersione e la sua pratica diventa la scelta matura di un condizionamento nuovo, diverso, intenzionale, di una parte profonda della nostra vibrazione mentale.
Il mantra non è altro che un simbolo personale, un simbolo sonoro. Può diventare l’oggetto cristallizzato della nostra consapevolezza: del punto più alto della nostra personale consapevolezza.

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SOLITAMENTE, nella tradizione dello yoga, si va da un maestro e gli si chiede un mantra. Si tratta di una sorta di parola o di formula magica, una cosa sempre molto personale e talvolta segreta.
La prima volta che ne sentii parlare fu “per caso” durante il mio primo viaggio in India. A Jaipur, un vecchio sadhu ci spiegò che

… un giorno… qualcuno ci avrebbe dato una parola…
uno dei nomi di Dio… degli infiniti, non pronunciabili nomi di Dio…
e questo “Nome” noi l’avremmo tenuto segreto nella nostra mente…
pronunciato e coltivato per tutta la vita… e ci sarebbe servito… poi…
nel momento del grande passaggio…
nell’attraversamento della grande acqua… quando si muore…
come lasciapassare per attraversare il fiume che ci separa dalla città d’oro…
la città di Dio… perché solo così – con questo Nome – lì si può entrare…

Quel che mi colpì di quell’inaspettato discorso, oltre al tono della voce del vecchio che promanava serenità e interiorità, fu il fatto che in qualche modo riapriva negli scenari del mio pensiero, con piacevole semplicità, una prospettiva ultramondana che per me era si era perduta non so dove, non so quando. Pensavo: c’è qualcuno sulla Terra che possiede ancora un’idea di vita oltre la vita, oltre questa vita. Per quel vecchio, infatti, tutto era molto chiaro, semplice, e Dio era Dio, proprio come io sono io.
Cercare e praticare un mantra significa provare a trovare, o ritrovare, un po’ di quella semplicità che è contemporaneamente profondità. Significa porsi di fronte alla prospettiva più profonda e segreta della nostra stessa coscienza, circoscriverla, individuarla, nominarla, praticarla nel suo essere vibrazione.