Per gli indiani, Kundalini prima di tutto è una dea. Se vogliamo capire che cosa sia l’energia kundalini, allora dobbiamo cominciare a chiederci che cosa possa mai essere una dea, che cosa possa essere per noi una dea.
Se parlate con un indiano, anche di ottima cultura, che ha studiato a Oxford, Harvard, e ha vissuto in Occidente, viaggiato, lavorato, e gli chiedete di Ganesh, di Parvati, di Hanuman, Krishna, ecc., ve ne parlerà con tutta tranquillità e con rispetto, senza alcun sorriso di sufficienza: vi porterà per templi e tempietti, si inchinerà di fronte a statue e icone, farà offerte votive, si lascerà coinvolgere dentro qualcosa che porta contemporaneamente la qualità dell’evidenza, della serietà, della semplicità e dell’intelligenza.
E così chiediamoci della nostra Kundalini, che dea è? Di quale principio essa si fa effigie?
Intanto il nome. Kundal, seguendo la lezione di Yogi Bhajan, significa «ricciolo» e così kundalini sarebbe «il ricciolo dei capelli dell’Amato». Un’immagine bella, profonda. L’Amato: se non ci si riferisce all’Amato, non c’è Kundalini. Ovvero qual è, chi è, l’iniziale principio creativo che dà vita alla vita, quel frammento impercettibile da cui tutto parte, comincia? In riferimento al cosmo, certo, ma anche a ogni singolo essere, alla sua vita individuale e nella relazione mistica con l’Amato.
Un ricciolo è l’inizio di una spirale, come quella che vediamo nelle conchiglie o nelle galassie. Porta in sé l’idea dell’inizio del dispiegamento, quindi del potenziale che tende a esprimersi: emergere seminale di forze latenti, ancora inespresse. Da questa idea nasce la nota immagine del serpente arrotolato su se stesso che spesso viene associata alla Kundalini. In effetti la Kundalini è il riflesso all’interno della persona del principio creativo cosmico femminile che viene espresso dalla dea Shakti (la sposa di Shiva). È la forza, la potenza oscura che rappresenta la parte non illuminata dalla coscienza e che aspetta/desidera il seme della coscienza per essere risvegliata dalla sua dimensione puramente potenziale.
Ogni essere, e in particolare ogni essere umano, porta in sé questa energia potentissima che è la stessa presente nell’atomo come nelle stelle. Un’energia di cui solitamente non ci si accorge nemmeno perché viene percepita come assolutamente normale dall’essere che vive (senza di questa non ci sarebbe nemmeno).
Fin dall’alba della creazione, i tantrici e gli yoghi hanno realizzato che in questo corpo fisico vi è una forza potenziale, Non è psicologica, filosofica o trascendentale; è una forza dinamica potenziale nel corpo materiale e si chiama kundalini. Questa kundalini è la più grande scoperta del tantra e dello yoga.
Proprio come gli atomi fanno silenziosamente il loro duro lavoro, così lo fa anche questa energia che possiamo chiamare “energia vitale”. Per lo meno finché qualcosa non si altera o si spezza e inizia una malattia, o finché qualcosa non penetra a forza il suo nucleo, come quello dell’atomo, e induce quella fissione la cui potenza esplosiva è spaventosa e difficilmente controllabile. Questo può accadere in noi anche spontaneamente, per esempio quando la vita ci costringe ad affrontare situazioni al limite del sopportabile, e tiriamo fuori energie di riserva che non avevamo idea di possedere. Così, se entriamo, con il raggio della consapevolezza, nel nucleo della potenza della vita, si produce un’impressionante attivazione di energia. È questo che viene chiamato il risveglio della Kundalini. Ed è un processo psicofisico di cui l’essere umano si rende conto, nelle sue cellule, nei suoi sensi, in una percezione mentale che non è solamente intellettuale, ma è un’esperienza che coinvolge pienamente tutta la personalità. Questo avviene quando ci si rende conto dell’incredibilità dell’essere, dell’esserci, dell’esistere, del vivere e, partendo da questa consapevolezza, si inizia a comprendere di essere parte di un complesso meccanismo e di un progetto di quell’essere (esistere) che, nei milioni di millenni della Terra, ha condotto fino alla vita umana, a questo tempo di noi stessi e al perfezionamento della nostra psiche.
Questa presa di coscienza è il Kundalini yoga: un’indagine su se stessi, ricerca dell’origine, della fine, del fine, dell’alfa e dell’omega, della loro ricongiunzione nella consapevolezza dell’Uno, attraverso la consapevolezza dell’Uno: come dice il salmo (Sal 36,9):
«Poiché in te è la fonte della vita / e per la tua luce noi vediamo la luce».
E in questo processo di separazione e ricomposizione, di espansione e riassorbimento, la Kundalini rappresenta l’inizio, il ricciolo di partenza, la piccola radice che indica e segna il passaggio dal non-essere all’essere. È il punto di partenza personale, il nostro piccolo big bang, quel momento in cui l’uovo viene fecondato dal seme e… «bang», comincia la vita, la mia vita, quindi il mio io, con tutta la sua buia preistoria intrauterina e la venuta alla luce con cui invece inizia la storia personale. Comincia anche il potenziale superamento del mio io.
Dice lo yoga: la mia psiche e il mio corpo contengono e conoscono quel momento e quell’evento del mio concepimento, essi sono scritti dentro di me, e allora perché non posso raggiungerli e illuminarli con la luce della consapevolezza?
Ma lo yoga non si pone tanto il problema del perché, quanto piuttosto quello del dove. È molto geografico, spaziale, presente. È poco storico, temporale, passato e futuro. Perché sa che ogni effetto rimanda a una causa e questa, infinitamente, rimanda a un’altra, e così non se ne viene fuori. La via del conoscere non è per l’Oriente principalmente causale e deduttiva. L’Oriente sa che a un certo punto i conti con la non-causa li dovrò pure fare. Tanto vale allora mettere fin da subito l’incausato, l’inconsaputo, al centro dell’indagine e definire dove esso sia, cercare e scegliere come raggiungerlo. In questo viaggio, in questa ricerca la prima guida è kama, il desiderio, il desiderio profondo della mia anima che genera tapas, il calore psichico, la passione che si fa disciplina. Lasciate perdere quelle banalizzazioni del buddhismo all’occidentale (anche il Dalai Lama è poco attratto dalle nostre facili conversioni…) dove si parla dell’eliminazione del desiderio, perché non possiamo dimenticare che può essere solo un potentissimo desiderio quel che ci può portare verso l’eliminazione di ogni desiderio.
Come si fa, dunque, come si agisce, come si procede verso questo risveglio della creatività spirituale in noi? Il meccanismo di base del funzionamento dello yoga è tutto sommato semplice. Parte dal corpo, dal respiro e si può dire che funziona “per stimolazione e per pressione”. Si tratta di generare stimoli di natura fisica, semplici, diretti: niente di esoterico. Prendiamo la posizione del corpo, per esempio. Se io assumo una posizione qualsiasi e la tengo nella più completa immobilità, o ripeto un identico esercizio fisico per un certo tempo, questi non abituali stimoli produrranno delle variazioni su vari piani – non solo su quello fisico – che verranno registrate da diversi nostri recettori. Si tratta solo di raggiungere un punto abbastanza elevato di alterazione per osservarla e osservare quel che accade in noi, che cosa si risveglia mettendo noi stessi volontariamente “sotto pressione”. L’alterazione c’è sempre, c’è da subito, ma non è sufficiente per generare un cambiamento significativo dell’energia, per questo occorre raggiungere delle soglie, dei punti limite, e in questo senso il tempo della pressione, la sua durata, è importantissimo: occorre una resistenza che raggiunga e superi un’altra resistenza. Come il diamante: un semplice carbone trasformato da una fortissima pressione protratta per lungo tempo.
Dice Swami Satyananda: «Kundalini Yoga è la scienza dell’esperienza degli stati alterati di coscienza».
Dicevamo che il meccanismo per l’ottenimento dell’alterazione della coscienza è semplice. Prima di tutto dobbiamo tenere presente che per lo yoga il corpo e la mente non sono semplicemente strettamente legati, ma vivono in una continua interazione in cui i confini dell’uno e dell’altra non sono facilmente definibili.
Lo yoga ci ha regalato il concetto di chakra, che la nostra cultura non ha sviluppato con paragonabile completezza. Questa parola indica dei luoghi del corpo/mente in cui vengono tenuti uniti una complessa parte del corpo (quel che noi potremmo chiamare “plesso”), la sua specifica energia, la sua funzione fisiologica, il corrispondente stato mentale di questa e anche gli aspetti simbolici che ne derivano o che, piuttosto, in sostanza di archetipi stanno alla base di questa forma. (Se vogliamo capire qualcosa di che cosa sia un chakra, dobbiamo fare riferimento all’idea che il corpo abbia un proprio immaginario; non a caso i chakra vengono visualizzati come immagini).
I sette chakra rappresentano così i principali livelli di esperienza dell’essere umano e ne esprimono l’idea del perfezionamento. Essi infatti vengono rappresentati come fiori di loto, ovvero come realizzazioni di diverse perfezioni.
I diversi esercizi, fisici e mentali, del Kundalini yoga mirano ad agire sui chakra e lo fanno tramite l’insistenza degli stimoli. Questi producono delle variazioni nella coscienza… ma di questo, un’altra volta.

Febbraio 19, 2008 at 8:25 am
Caspita Paolo, che bel regalo che hai postato!
Thanks a lot.
Giugno 4, 2008 at 8:46 pm
Dopo aver risvegliato Kundalini ho avuto problemi di insonnia e tensione nervosa che non riesco a superare. il tempo cambierà le cose?
Giugno 5, 2008 at 9:39 am
il tempo – grande trasformatore.
certo sono argomenti non semplici da trattare così senza conoscersi.
bisognerebbe parlare della cosa un po’ più specificamente
se ne hai voglia, lo si fa
paolo