Il “blog” – i blog – e l’ansia di tutti noi: l’ansia di riempire, e così tacitare, un senso di vuoto crescente e diffuso.
Inaugurando queste pagine, vorrei che questo “diario quotidiano” della Chaikhanà non fosse un catalizzatore di ansie e un occultatore di vuoti, ma piuttosto uno stimolo alla comprensione e al contenimento dell’ansia e a un confronto creativo con la normale misura del vuoto del mondo in cui viviamo.
Vorrei che qui circolasse respiro e che questo spazio fosse proprio un esercizio, quotidiano e collettivo, di pranayama, realizzato attraverso pensieri, riflessioni e parole.

È una grande ambizione, ma – come diceva Nietzsche – le piccole ambizioni non ci sono mai piaciute.
La grande ambizione è quella di non essere divorati – per di più senza esserne nemmeno consapevoli – dallo strumento, non farsi prendere dalla insidiosa compulsione da web.
La grande ambizione è quella di non parlare di meditazione, ma di meditare e di riuscire a stare in meditazione proprio tramite queste parole, in questo spazio detto virtuale.
Qualche giorno fa, Carla di Roma mi ha dato da leggere alcune sue pagine in cui rifletteva sul “nemico”. E Carla fa bene a tirare fuori questo tema. Non dobbiamo illuderci: esiste sempre il nemico, è un archetipo fondamentale, ed è meglio essere vigili e lucidi su questo, senza scherzarci troppo.
E chi sarebbe il nemico, per noi, oggi?
Ha molte facce il nemico.
Il primato dell’inimicizia lo darei alla fretta che àgita questa vita sempre più piena di cose, percorsa da una malcelatissima ansia di fare, fare, sempre fare e correre: come marionette impazzite da una parte all’altra.
Viviamo una vita sotto assedio, lo sentiamo, ma è come se non potessimo farci nulla, neppure capirne il perché.
Ci è amico, invece, il silenzio. Questo lo sappiamo da tempo. Ci è amica l’attesa.
È quindi facile dedurre che anche il troppo parlare può esserci nemico.
Vengono in mente quelle belle parole di una canzone di Battiato:
E studiavamo chiusi in una stanza
la luce fioca di candele e lampade a petrolio
e quando si trattava di parlare
aspettavamo sempre con piacere…
Sì, ci è amico anche lo studio e la meditata condivisione delle cose apprese.
Ci piace l’attenzione, il silenzio, lo studio, il respiro… ora et labora, come dice l’antica regola dei benedettini…
E da qui cominciamo, da questa antichità così perduta, così malamente abbandonata.
L’estate scorsa a Leh, ascoltavamo il Dalai Lama (vedi Dal Ladakh, il n° 2 di «Chaikhanà» rivista) che metteva al centro del suo insegnamento la Tradizione: senza la Tradizione – diceva – noi neppure esisteremmo. E noi occidentali che ascoltavamo non potevamo non domandarci che cosa fosse mai la Tradizione per noi.
È una bella domanda per cominciare il nostro «diario», l’interrogazione su un’ipotesi di radici reali che, anche se perdute, non possono non esistere.
Dicembre 29, 2007 at 10:09 am
Che cos’è la tradizione per noi occidentali? E’ ciò che abbiamo perduto, ciò di cui abbiamo struggente nostalgia. La modernità occidentale è fondata sul distacco dalla tradizione, sulla sua negazione, sui miti della scienza, della tecnologia e del progresso, sulla reinvenzione costante del mondo. La “verità” e la “felicità” non sono alle nostre spalle ma davanti a noi. Le tradizioni sopravvivono come folklore, superstizione. Anche la religione è – per i più – adesione puramente esteriore a forme (riti e simboli) di cui si è smarrito il significato profondo. E in questa perdita delle radici sta una delle ragioni di fondo del nostro senso di solitudine e del nostro smarrimento. Per questo ci sentiamo “dei miseri ruscelli senza fonte” come canta Battiato. Come curare questa ferita? A me sembrano percorribili due vie. Da una parte la ricerca paziente delle radici perdute che sono in primo luogo quelle ebraico-cristiane ma non solo. Anche la tradizione pre-cristiana – in particolare quella di origine greca – è parte della nostra identità. E in secondo luogo aprendoci allo studio delle altre tradizioni. Il nostro rapporto con la tradizione oggi non può che essere un rapporto “plurale” fatto di ricerca e di ascolto più che di incrollabili certezze. E proprio in questi due tratti – nella ricerca e nella pluralità – mi sembra risiedere l’elemento distintivo del nostro rapporto di occidentali moderni con la tradizione.
Gennaio 2, 2008 at 5:13 pm
Caro Paolo, è un grande piacere sentirti. L’argomento «Tradizione» è grosso e spero che avremo modo di osservarlo da tante diverse angolature nei prossimi tempi. Intanto colgo l’occasione che mi offri per trascrivere alcune riflessioni fatte questa estate in occasione di una lecture del Dalai Lama.
Un caro abbraccio a te e a tuo figlio (gli chiedi se fosse possibile vedere alcune delle sue foto maremmane? Grazie).
Paolo